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Full text of "Trionfo e danza della morte; o, Danza macabra a Clusone; Dogma della morte a Pisogne nella provincia di Bergamo"

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I  : 


DRAMMI 


SUL 


TRIONFO  E  DANZA  DELLA  MORTE 

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DANZA  MACABRA 

CON  OSSERVAZIONI  STORICHE  ED  ARTISTICHE 


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DANZA   MACABRA 

A   CLUSONE 

DOGMA  DELLA  MORTE 

A    P1SOGNE 

NELLA  PROVINCIA  DI  BERGAMO 

CON    OSSERVAZIONI    STORICHE    ED    ARTISTICHE 
DI 

GIUSEPPE  VALLARDI 

Consultore  artistico  della  Biblioteca  Ambrosiana, 
conservatore  onorario  del  Gabinetto  Archinto,  ascritto  ad  Istilliti  ed  Accademie  di  Belle  Arti. 


Opera  adorna  di  (avole  illustrative 


MILANO 

TIPOGRAFIA   DI   PIETRO    AGNELLI 
MDCCCL1X. 


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DEDICA 


Fu  sempre  mio  costume  di  raccomandare  al  nome  illustre  di 
uomini  estinti  opere  raccolte,  composte  od  ordinate  da  ine,  come 
in  impeciale  modo  lo  attestano  alcune  stampe  di  assoluto  merito 
incisorio,  colla  mia  Ditta  pubblicate. 

Ma  oggidì  che  conto  settantacinque  anni,  gli  ultimi  dei  quali 
vissuti  fra  infermità  ed  amarezze,  cagionate  queste  dal  fatto, 
che   la   sostanza   ingente  (')  ceduta  in  estremo  pericolo   di  vita 


(1)  Per  gli  cmporii  eli  Libri  e  di  Slampe  conosciuti  in  commercio  sotto 
l'Antica  Dilla  Pietro  e-Giuscppe  Vallardi,  veggansi  i  cataloghi  stampati  dal  1815 
al  1855.  — Per  le  raccolte  di  Belle  Arti,  che  formarono  la  mia  privata  delizia, 
come  quadri,  bronzi,  marmi,  medaglie,  cammei  e  specialmente  disegni  (per 
numero  e  per  merito  raccolta  unica  e  preziosissima),  esistono  i  rispettivi  cata- 
loghi, alcuni  pure  da  me  pubblicati. 


al  15  Giugno  1854  ai  due  amatissimi  figli,  fosse  stata  nella 
miglior  parte  smembrata  e  dispersa;  quel  costume  dimettendo, 
a  me  stesso  dedico  un  opera  mia  che  tutta  si  riflette  in  lugubri 
imagini,  persuaso  che  nessun  altro  potrà  meglio  aggradirla, 
perocché  nel  pensiero  mistico  della  «  Danza  della  Morte  »  io 
ritrovo  appunto  la  fdosofia  al  caso  mio. 


AL    LETTORE 


K 


Lendo  di  pubblica  ragione  un  lavoro  che  avrei  vo- 
lentieri stampato  quattro  anni  prima,  se  una  grave 
indisposizione  fìsica  e  morale  non  mi  avesse  impedito 
di  condurlo  a  compimento.  Egli  è  tenue,  ma  interes- 
sante per  la  Storia  Archeologica- Artistica-Morale,  ed 
affatto   nuovo    per  l'Italia. 

Nell'anno  1854  leggendo  per  caso  il  Giornale  della 
Provincia  di  Bergamo,  rinvenni  con  mia  soddisfa- 
zione nei  numeri  21  e  28  agosto  1846  un  articolo 
del  signor  Gabriele  Rosa  bresciano,  in  cui  era  de- 
scritto il  Trionfo  e  la  Danza  della  Morte,  che  vedesi  di- 
pinto a  fresco  nel  Borgo  di  Clusone  CU  ;  e  del  pari  rin- 

(1)  Articolo  riprodotto  con  alcune  aggiunte  nel  giornale  V Euganeo 
di  Padova  del  gennajo  1847,  e  che  mi  tornò  acconcio  scrivendo  le 
presenti  osservazioni. 

i 


—  II  — 
venni  un  altro  articolo  nel  numero  11  settembre  184G 
del  succitato  giornale  sotto  lo  specioso  titolo  di  Danza 
.Macabra  (*)  in  Clusone,  risguardante  il  medesimo  di- 
pinto, e  scritto  dall'egregio  signor  conte  Vìmercati 
Sozzi  di  Bergamo. 

Dietro  la  lettura  di  que'due  articoli,  feci  risoluzione 
d' intraprendere  una  gita  a  Clusone,  per  accertarmi  se 
alcunché  d'interessante  si  potesse  rinvenire  intorno  a 
questa  lugubre  composizione,  eseguita  in  un  sito  recon- 
dito di  Lombardia  e  direi  quasi  negletto ,  fra  dirupati 
terreni,  alle  falde  delle  Alpi  llezie. 

Infatti  recatomi  colà  nel  settembre  dello  stesso  anno 
1854,  non  appena  fissai  l'occhio  su  quel  gran  quadro, 
dipinto  a  buon  fresco ,  ebbi  a  stupire  come  un'  o- 
pera  tanto  immaginosa  nel  concetto ,  straricca  nella 
composizione,  ed  appartenente  air  aureo  secolo  XV,  sa- 
rebbe rimasta  ancora  dimenticata,  se  il  solerte  signor 
Rosa  non  ce  ne  avesse  dato  contezza,  mostrando 
così  agli  eruditi ,  non  essere  unica  in  Italia  queir  al- 
tra Danza  di  Como  pubblicata  dal  signor  Zardetti  (2), 
opera  di  merito  assai  inferiore  a  quella  in   discorso. 

Maravigliai  maggiormente  al  considerare  come  que- 
sta pittura  di  Clusone  venisse  trascurata,  e  quel  che  è 


(I)  È  vocabolo  usato  nel  decimoterzo  secolo  dai  francesi. 

(?.)  Lettera,  al  Nob.  sig.  Lucini-Passalacqua,  1845,  di  soli  125  esemplari. 


—  Ili  — 

peggio,  da  mano  barbara  in  alcune  sue  parti  mutilata: 
quindi  mi  affrettai  ad  inviare  colà  un  diligente  ed 
esperto  artista  il  quale  avesse  a  trarne  un  esatto  dise- 
gno. Vedi  le  Tav.  I.a  II.a  III.a  e  IV.a 

E  perchè  il  presente  lavoro  riesca  di  maggiore  in- 
teresse, vi  aggiunsi  la  illustrazione  di  un  altro  sin- 
golare affresco  intitolato  il  Dogma  della  Morte  che 
trovasi  a  Bisogne  sulla  facciata  della  Chiesa  della  Ma- 
donna della  Neve,  solo  a  poche  miglia  lontano  da 
elusone.  Vedi  le  Tavole  V.a  e  VI.a 

Non  tralasciai  d' indicare  le  varie  etimologie  date 
al  nome  Macabra,  come  pure  da  chi  prima  fu  usato, 
non  obliando  il  famoso  soggetto  dei  Tre  morti  dan- 
zanti di  Discola,  e  quello  dell'  agate  nel  Museuni  Flo- 
rentinum.  Vedi  la  Tavola  VII.8  Ho  riportato  un  primo 
quadro  inedito,  di  una  Danza  dei  Morti  di  Alberto 
Durerò.  Vedi  la  Tavola  Vili."  Unii  l' iscrizione  che 
sta  scolpita  in  marmo  della  Danza  di  Napoli , 
come  anche  un  Dialogo  tra  l'anima  ed  il  corpo 
di  un  morto  a  mio  credere  certo  non  mancante  d' in- 
teresse. 

Ho  voluto  far  menzione  dell'  antichissimo  Codice 
da  me  posseduto,  per  il  suo  genere  singolare  e  tut- 
tora inedito  della  famosa  Danza  di  Basilea  Città. 

Quando  poi  mi  veniva  il  destro  non  ho  tralasciato 


—    IV 


d' inframmettere    molte    notizie    storiche    ed    archeo- 
logiche che  mi  parevano  a  farsi  all'  argomento. 

Ilo  posto  questo  mio  lavoro  anche  in  francese,  e 
per  diffonderlo  più  che  si  potesse,  e  perchè  mi  parve 
dovesse  invogliare  anche  i  forestieri  che  sehhen  già 
da  trent'  anni  trattarono  questo  argomento  con  molta 
erudizione ,  giammai  han  sospettato  che  in  Italia  ci 
avesse  la  Danza  dei  Morti. 


DISCIPLINI    TI    CLUSONE. 


NOZIONI   PRELIMINARI 


I, 


LI  pensiero  della  morte,  conciliatore  dei  sentimenti  tranquilli, 
maestro  delle  umane  follie,  amico  delle  benefiche  azioni,  ha 
suggerite  le  rappresentazioni  de'  Morti  danzanti ,  dette  anche 
Danze  Macabre. 

Il  loro  scopo  era  quello  di  richiamare  l'uomo  al  suo  fine,  onde 
mercè  la  meditazione  di  questo  si  conformasse  al  buono,  all'one- 
sto, giacché  un  medesimo  fine  tutti  ci  eguaglia,  ed  una  irrevo- 
cabile giustizia  tutti  ci  attende.  Loro  oggetto  fu  ben  anche  la  critica 
e  la  satira  ;  e  sotto  questo  aspetto  ci  rappresentano  quelle  ten- 
denze e  passioni  per  le  quali  gli  uni  diversificavano  dagli  altri 
nella  grande   commedia  umana. 

Questo  fatto  di  danze  mortuarie  trovasi  nelle  principali  na- 
zioni d'Europa:  ciò  che  è  una  prova  della  grande  verità,  che 
nella  famiglia  umana  europea  furon  sempre  comuni  e  i  sen- 
timenti e  le  aspirazioni. 

Eruditi  d'alto  nome  si  posero  ad  illustrare  siffatti  monu- 
menti, che  traendo  origine  dal  Medio  Evo,  continuarono  fino 
al  cader  del  secolo  XVII,  per  venir  quindi  dal  tempo  guasti  o 
distrutti,  e  dagli  uomini  negletti  o  male  interpretali. 


—   '2   — 

Fra  gli  scriltori,  che  per  tali  ricerche  fornirono  abbondante 
materia  alla  storia  delle  arti,  primeggiano  a  buon  diritto: 
Gabriel  Peignol  —  Iìecherches  sur  les  Danses  des  Morls.  Dijon 

et  Paris,   1S2G. 
Francis  Dome  —  The  Dance  of  Dealh,  London,   1835. 
//.  F.  Massmann  —  Lileralnr  dar  Todtentànze.  Leipzig,  1840 

bei  T.  0.   Weigel. 
Achille   Jubinal  —  La  Danse   des  Morls   de  la    Chaise-Dieu. 

Paris,  1841. 
Naumann.  —  Les  morls   sous   tous  les  poinls  de  vue.   Opera 

pubblicata  a  Dresda  nel  1844. 
LI.  F.  Massmann  —  Die  Daseler  Todlcnldnzc.  Slultgard,  1847. 
Ilolbeins  — ■  Dance  of  Dealh ,  wilh  an  historical  and   lilerary 

introduction.  London,   /.  It.  Smith,  1849. 
E.  Hipp.  Langlois —  Essai  sur  les  Danses  des  Morls.  Ouvrage 

public  par  André  Pottier  et  Alfred  Baudry.   Roucn ,   Voi.  2 

in  8.°,  1852. 
Georges  Kastner  —   Les   Danses   des   Morls,   disserlalions    et 

reeberches  historiques ,   philosophiques ,  liltéraires   et   rausi- 

cales.  Paris,  1852  chez  Brandus  éditeur. 
M.  IL  Fortoul.  — Éludes  d'archeologie.  Paris,  in  8.°  1 854,  Y.  2. 

Ma  le  notizie  loro  non  si  confanno  alle  nostre  storie  italiane, 
perocché  i  beni  ed  i  mali  modificali  dall'indole  diversa  degli 
uomini ,  costituiscono  per  ciascuna  nazione  una  storia  diversa 
nelle  Danze  Macabre,  quantunque  tutte  ritraggano  una    mede- 


sima origine. 


Varj    dipinti    e    sculture    esistevano   sul    finire    dello    scorso 
secolo,  ed  anche  sul  principio  dell"  attuale,  in    alcuni  luoghi 


—  5  - 
della  Brianza,  della  Bergamasca,  sul  Lago  di  Como,  e  della 
Valtellina;    ma    sfortuna   volle    che   di   questi  monumenti    ne 
rimanesse  soltanto  la  memoria. 

E  perchè  simili  miserie  non  si  l'innovellino  e  non  diano  campo 
a  ben  meritata  accusa  per  parte  degli  stranieri,  dovrebbesi  poi- 
mano  a  stendere  una  storia  tutta  italiana  delle  Danze  dei  Morti 
o  Macabre,  non  che  rovistare  lutto  quanto  si  riferisce  a  simile  ar- 
gomento, movendo  dalla  Danza  di  Como  ora  più  non  esistente!1), 
che  fu  descritta  da  Zardclli  e  pubblicata  per  cura  del  bene- 
merito Conte  Lucini-Passalacqua ,  inserendovi  mano  mano 
quelle  che  dappoi  si  ritrovassero  o  di  cui  ne  esistesse  tradi- 
zione e  memoria,  come  io  tento  nella  pochezza  delle  mie  forze 
con  questa  di  Giasone ,  meritevole  a  dir  vero  di  commento,  e 
per  il  pensiero  morale  che  vi  traspira ,  e  pel  magistero  del- 
l' arte  che  vi  si  rivela. 

Per  siffatto  modo  verrà  data  prova  ai  forastieri ,  che  in  ogni 
età,  come  non  si  mancò  di  grandi  uomini,  né  di  immortali 
produzioni  : 

«  Là  nella  bella  Ilnlia  ov' è  la  sede 


«  Del  valor  vero  e  della  vera  Cede  » 

così  nemmeno  si  diffellò  dei  trovali  delle  Danze  Macabre. 

(I)  La   dala  del  1510   che  leggevasi  nel   cartello   ivi  esistente,  non  polevasi 
arguire  con  precisione,  aflcso  Io  stalo  di  grande  mutilazione  del  dipinto. 


::"  ':?  irS'i-'I'ifi'SiS;'        v'.f'i.  '■■'':!.:; 


l'invaimi  IJuril  disrunó. 


per     rainmi»»ioii£  eh   (Husoppi'  Vallarli) 


lilonrttf   Yv  Tcrzaòln 


ifi  ti  che  ferite  a  Ira  òctlrn 


TRIONFO    E    DANZA 

DELLA  MORTE 

DIPINTA  A  CLUSONE  (Provincia  di  Bergamo) 


JUa  Danza  della  Morte  o  Danza  Macabra  è  il  soggetto  che  forse 
più  di  qualunque  altro  caratterizza  il  Medio  Evo. 

Ài  tempi  pagani  la  fiamma  del  rogo  coli' annientare  il  cada- 
vere non  lasciava  ai  superstiti  che  un  pugno  di  ceneri;  epperò  nulla 
di  più  quièto  pei  sensi,  nulla  di  meno  funebre  di  un'urna,  di  un 
sarcofago,  anche  rispetto  alle  composizioni  che  all'esterno  le  ador- 
navano. —  Il  Cristianesimo  invece  col  ritornare  il  corpo  alla  terra 
rese  severa  e  tetra  la  imagine  della  Morte.  Quando  i  vermi  ave- 
vano terminalo  il  loro  ufficio,  usavansi  raccogliere  dalle  sepolture 
gli  avanzi  dei  corpi  disfatti,  e  sovrapporre  con  simmetrico  studio  i 
cranii  e  le  ossa  nelle  cappelle  vicine  alle  chiese  ed  ai  cimiterj,  af- 
finchè' fosser  soggetto  di  meditazione  ai  viventi. 

Il  pensiero  della  morte  che  coglie  ognuno,  di  qualunque  età,  di 
qualunque  condizione  egli  sia ,  e  che  ritorna  alla  primitiva  egua- 
glianza ciascuno ,  si  slimava  dai  moralisti  tanto  più  necessario , 
quanto  "più  era  insultante  ed  illimitata  la  potenza,  la  superbia  e  la 
depravazione  della  classe  dominatrice  sulle  altre;  ed  associato  a  quel 

2 


—  6  — 
pensiero,  trovandosi  quello  di  uno  stretto  rendimento  di  conto  delle 
azioni  umane,  doveva    tornare  efficacissimo  mezzo   a  consolare  gli 
oppressi  ed  a  frenare  gli  oppressori. 

E  ben  a  ragione  la  morte  divenne  una  nuova  divinità,  assumendo 
le  forme  di  uno  scheletro.  «  Morie  nihil  melius ,  vita  nihil  pejus.  » 
Ecco  la  sua  divisa  nel  XII.0  e  XIII.0  secolo.. 

Per  quanto  poco  si  rifletta  allo  stato  in  cui  allora  si  trovava 
l' Europa  tutta,  e  specialmente  il  Nord  dell'  Italia,  ravvolta  nelle  lotte 
tra  l'Impero  e  la  Chiesa  (onde  le  guerre,  le  dissensioni  di  contado, 
di  città,  di  famiglia,  le  pestilenze,  le  carestie  recrudescenti  ad  ogni 
istante),  è  facile  argomentare  come  gli  nomini  cresciuti  in  mezzo 
a  tanto  avvicendarsi  di  mali  doveano  essére  famigliari  al  pensiero 
della  morte.  È  il  sintomo  delle  grandi  crisi;  l'estremo  terrore  can- 
giasi in  estrema  allegrezza!  Da  questi  elementi  trovò  inspirazione  ed 
origine  la  Danza  Macabra. 

Infatti  l'idea  di  tutte  le  Danze  Macabre  è  la  stessa  presso  tutte 
le  nazioni;  è  la  eguaglianza  del  cimitero  applicata  alle  follie  del 
mondo.  Dalla  reggia  dell'invitto  principe  alla  capanna  del  labo- 
rioso contadino,  la  morte  batte  a  tutte  le  porte  ed  esce  traendo 
per  mano  le  sue  vittime,  che  loro  malgrado  costringe  a  danzare.  — 
Sempre  allegra  e  buffona,  sembra  che  si  atteggi  all'insultante  ironia, 
al  feroce  disprezzo ,  allorquando  cammina  coi  grandi.  —  E  ben  disse 
il  francese  Saint  Victor:  —  Regardezbien:  a  iravers  ce  rnasque  décharné, 
011  enlrevoit  une  téle  plébéienne  —  Le  faible  se  venge  du  fort  en  l'assi- 
gnant  au  cimelière;  l'opprime  enterre  vivant  l'oppresseur.  —  Qu'esl-ce 
que  la  Danse  Macabre,  si  non  la  Jacquerie  de  l'élernité?  — 

Le  vicende  straordinarie  politiche  e  religiose  del  Medio  Evo 
diedero  origine  alle  produzioni  più  singolari  sia  nello  arti  che 
nelle  lettere.  Ommetlendo  di  parlare  delle  moltissime  e  svariate. 
Danze   dei  morii    o    Macabre,  sparse   per    ogni    dove    in    Europa, 


—   7   — 

il  primo  esempio  in  Italia  di  allegorie  mortuarie  cristiane  lo  si  riscon- 
tra nei  quattro  Novissimi  eseguiti  da  quel  Giunta  Pisano,  che  nel  1202 
sali  in  fama  nella  pittura,  allontanandosi  dal  greco  stile.  Di  lui  pure 
sono  in  S.  Francesco  d'Assisi  le  Storie  di  Simon  Mago  portato  dai 
demonj. 

Queste  rappresentazioni  furono  poi  poeticamente  sublimate  da  Dante 
nella  Divina  Commedia,  da  Giotto  di  Bondone  fondatore  della  pittura 
italiana,  dall'  Orgagna  nel  Cimitero  di  Pisa,  dal  Petrarca  ne' suoi 
Trionfi,  da  Luca  Signorelli  nel  Duomo  d'Orvieto.  Sarebbero  da  no- 
minarsi, oltre  i  citati,  molti  altri  artisti  italiani  antichi  e  moderni,  che 
per  eccellenza  trattarono  la  Morte  con  tremendi  concetti  ;  ma  non  de- 
vesi  dimenticare  l'universale  Leonardo  da  Vinci,  il  quale  sopra  un  fo- 
glietto di  carta  raffigurò  in  ischizzo  a  penna  la  Morte,  rappresentata  da 
scheletri ,  che  combattono  altrettanti  cavalieri  :  allegoria  dal  sommo 
artista  destinata  a  provare  la  superiorità  della  fanteria  sulla  caval- 
leria (0. 

Si  parli  ora  di  GLUSONE.  Ai  tempi  dell'Impero  Romano  era  un  de- 
posito delle  armi  che  fabbricavansi  nelle  vallale  vicine.  Nel  1008  vi 
si  costrusse  il  palazzo  del  Consiglio  Comunale,  ed  in  quell'  epoca 
elusone,  annoverata  come  città,  contava  4200  anime;  oggidì  è  bor- 
gata posta  in  amena  situazione  sopra  inegual  terreno,  di  circa  3400 
abitanti,  assai  industriosi  e  commercianti. 

Le  sue  fabbriche,  come  ancora  si  ravvisa  sopra  alcune  di  esse, 
andavano  abbellite  di  molti  affreschi,  opere  in  parte  di  pittori  del 
secolo  XIV.  A  pochi  passi  da  Clusone  sulla  via  di  Roveto,  villag- 
gio di  storiche  rimembranze  con  1000  abitanti,  s'innalza  a  lato 
della  strada  una  piccola  cappella  dedicata  a  S.  Defendente;  in  essa 
vi    sono   dipinti   di   merito  non    comune,   i  quali  portano  la  data 

(1)11  disegno  conservasi  presso  il  signor  A.  Thiers  a  Parigi,  acquistato  dal  conte 
di  Thibaudeau,  da  me  esaminalo  e  trovato  originale. 


—  8  — 
del  1470,  ed   esternamente  ve  ne  sono  altri,  che  portano   invece 
la  data  del  1492. 

La  Chiesa  maggiore  di  elusone  è  vasta,  è  ricca;  ma  nulla  vi 
si  scorge  di  straordinario ,  sia  per  l' età  come  per  l' arte.  Dirim- 
petto alla  medesima  avvi  l'antica  Chiesa  detta  de'  Disciplini,  o  della 
Misericordia.  I  Disciplini  furono  ammessi  l'anno  1436  dal  vescovo  Ci- 
priano di  Bergamo  H).  La  Chiesa  venne  dedicata  a  S.  Bernardino  da 
Siena,  che  nacque  nel  1378,  predicò  nella  Bergamasca,  nel  Mila- 
nese, e  morì  nel  1444.  Sta  riunito  a  quella  il  Consorzio  della  Miseri- 
cordia, che  nell'interno  ed  all'esterno  è  ricco  di  pitture  a  buon  fre- 
sco: nella  chiesa  de'  Disciplini  sotto  un  affresco  rappresentante  la 
Crocifissione,  da  una  parte  è  scritto  1471  ;  dall'altro  lato  con  let- 
tere consunte  si  legge  ....  HOB  PINXIT,  come  dal  qui  unito  fac-simile. 

I  dipinti  nell'interno  della  Chiesa  de' Disciplini  o  del  Consorzio  della 
Misericordia  sono  qual  più,  qual  meno  conservati.  Sull'abside  dell'aitar 
maggiore  vedonsi  Sibille  e  Profeti  eseguiti  da  artista  lombardo  ; 
gli  altri  dipinti  sparsi  per  la  chiesa,  rappresentanti  le  gesta  di  Gesù, 
segnano  la  medesima  epoca.  Se  non  fossero  in  parte  ridipinti  da 
mano  inesperta,  conserverebbero  un  merito  storico  e  darebbero 
campo  a  dotte  investigazioni;  però  lo  stile  che  vi  traluce  risente 
più  della  scuola  milanese  dei  tempi  di  Bernardino  Lumi,  che  della 
veneta  scuola. 

Esternamente  alla  Chiesa  de'  Disciplini,  sopra  il  suo  fianco  avvi  il 
gran  quadro  a  fresco  del  TRIONFO  E  DANZA  DELLA  MORTE , 
con  figure  poco  più  grandi  del  vero.  È  questo  forse  il  più  stu- 
pendo lavoro  che  si  conosca  nella  parte  montuosa  settentrionale  d'Ita- 
lia, e  che.  rapporto  all'arte  non  oltrepassa  la  metà  del  secolo  XV, 

(1)  Notizia  dala  allo  scrivente  mercè  la  cortesia  del  signor  Conle  Faustino  San- 
severino,  che  alla  sua  volta  l'ebbe  dal  Conle  Paolo  Vimercali Sozzi,  avendola 
rinvenuta  in  un  manoscritto  membranaceo  il  chiarissimo  abate  Ucelli  di  elusone. 


N°i 


Trionfo       dell 


ri 


CD 
P. 


Danza      della 
o 

Danza      Ma  e  a 


avanzi 
deformi 

lei 

Purgatorio. 


figui 


N°l.  Facsimile     d'iscrizione     sotto    l'affresco     d 

della    Chiesa     dei     Disciplini  ._ 
N:.2.  Contoino     della    parete      esterna        ova      trova 


ri. 


'HOB  RNXf 

4ML 


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N°i 


Danza     della      Morte 

0 

Danza     Macabra. 


'  t*-Jy3-- 


DO 


Gran.  =    Zoccolo 
figurava  in  antico  i  qualro  novissimi. 


N°l  l'ansimile     d'iscrizione     sotto    l'affresco     della     grande     Crocifissione    nell'interno 

della    Chiesa     dei     Disciplini  _ 
W-ft.  Contorno    della    -parete      esterna        ova      trovasi     l'affresco     del    trionfo    e  Danza  della  Morte 


—  9  — 
giacché  vi  traspare  lo  siile  semplice  e  gentile,  usato  dal  genio  di 
Giotto,  che  fu  il  primo  nella  pittura  Italiana  ad  unire  la  semplicità 
colla  bellezza,  e  ad  esprimere  colla  grazia  le  pietose  commozioni 
dell'animo.  Di  un  così  fatto  stile  tu  scorgi  le  impronte  non  solo  in 
tutto  l'insieme  della  composizione,  ma  in  ogni  singola  parte  ed  in 
ispecie  sopra  i  lineamenti  dei  volti;  onde  a  buon  diritto  si  potrebbe 
sostenere,  che  si  avvicina  al  Bealo  Angelico  da  Fiesole,  specialmente 
nello  atteggiare  le  figure  in  un  pensiero  morale,  religioso,  od  an- 
che a  frate  Filippo  Lippi,  il  quale  lavorò  a  Padova  ed  a  Napoli,  e 
più  di  tutti  a  Benozzo  Gozzoli.  Qualunque  ne  sia  l'autore,  l'opera 
è  affatto  italiana,  più  fiorentina  che  veneta  e  lombarda,  secondo  noi; 
condotta  con  mirabile  lavoro  ed  effetto,  variata  nella  composizione, 
e  magistrale  tanto  per  l'arte  del  disegno  che  per  il  brillante  colorito. 

Lasciando  ad  altri  la  spiegazione  filosofica,  ed  attenendomi  soltanto 
alla  generalità,  dirò  come  il  dramma  figurato  in  quel  dipinto  è  diviso 
in  due  distinte  parti,  che  formano  come  due  grandi  quadri,  l'uno 
sovrapposto  all'altro  e  quasi  per  intiero  ottimamente  conservati.  Nel 
superiore  è  rappresentata  la  potenza  inesorabile  della  Morte,  o  vero 
il  di  lei  Trionfo  ;  nell'  inferiore  invece  è  contenuta  la  Danza  pro- 
priamente detta  anche  Macabra.  Vedi  la  Tavola  I.a 

Il  quadro  superiore  è  singolarissimo  per  la  ricca  composizione 
maestrevolmente  espressa  in  ogni  sua  parte.  Nel  mezzo  vedesi  un 
gran  sepolcro  scoperchiato,  quadrilungo  e  di  semplicissime  linee, 
sul  di  cui  orlo  strisciano  velenosi  rettili,  come  uno  scorpione,  due 
rospi,  e  cinque  vipere.  Dentro  veggonsi  in  direzioni  opposte  gia- 
cere due  cadaveri,  che  dai  vestiti  e  specialmente  dalle  corone  l'una 
papale,  l'altra  dell'impero  germanico,  si  palesano  l'uno  per  quello 
di  un  Papa,  e  l'altro  d'un  Imperatore  di  Germania.  Nel  mezzo 
dell'orlo  anteriore  sorge  ritto  in  piedi  uno  Scheletro  gigante,  quasi 
fosse  il   Principe   della   Morte,  che    in   aspetto   altiero   spiega   colle 


—  10  — 
braccia  distese  due  cartelli,  nell'uno  de' quali  si  legge  in  caratteri 
gotici  della  miglior  forma  : 


nell'altro 


«  Giunge  la  morte  piena  de  egualeza: 
5  Sole  ve  voglio  e  non  vostra  richeza.  » 

«  Digna  mi  son  de  portar  corona 
«  E  che  signoresi  ogni  persona.  » 


A  lato  di  quel  principe  stanno  due  altri  scheletri  obbedienti 
ministri,  l'uno  dei  quali  afferra  un  arco  dalla  cui  corda  vibra  ad 
un  tratto  tre  freccie,  dirette  a  portar  la  morte  sopra  i  poveretti 
che  gli  stanno  dicontro.  All'  egual  tristo  ufficio  è  intento  lo  scheletro 
dall'opposto  lato;  ma  con  un  istrumento  degno  di  molta  osserva- 
zione per  la  sua  forma,  simigliante  ad  un  archibugio  di  prima  inven- 
zione, consistente  in  una  lunga  canna  senza  calcio,  accomodata  in  un 
legno  concavo  ;  archibugio  che  lo  scheletro  accende  con  una  miccia. 

Presso  a  quell'avello,  ed  alla  diritta  del  dipinto,  stanno  tre  giovani 
cacciatori  sopra  cavalli  riccamente  bardati  con  cani  e  sparvieri  vo- 
lanti. L'uno  rivolto  verso  il  sepolcro  cade  rovescio  sul  proprio  cavallo; 
ferito  da  un  dardo  nel  petto:  l'altro  guarda  attonito  la  morte, 
la  quale  già  scoccò  un  dardo  al  falcone  librato  neh'  aria  :  il  terzo 
spaventato  pone  al  galoppo  il  cavallo  (!).  Il  fondo  è  chiuso  da  una 
boscaglia  entro  la  quale  si  aggirano  altre  persone  che  meglio  si  di- 
scernerebbero, se  in  questa  parte  il  dipinto  (vedi  la  citata  Tavola  I.a 
alla  lettera  A)  non  fosse  stato  offeso  dal  tempo.  Più  vicino  al  se- 
polcro vedonsi  alcuni  dignitarii  ecclesiastici,  in  supplichevole  atteg- 
giamento, fra  i  quali  un  vescovo  che  solleva  le  mani  offerendo  un 
vaso  ricolmo  di  monete. 

(I)  Questi  tre  cavalieri  richiamerebbero  in  certo  modo  il  dipinto  di  Andrea 
Orgagnà  nel  Cimitero  di  Pisa ,  allusivo  alla  storia  dei  tre  morti  e  dei  tre  vivi, 
ove  si  racconta  come  tre  nobili  signori  cavalcando  a  caccia  entro  una  fore- 
sta, vennero  soffermati  da  tre  orribili  spettri,  dai  quali  ebbero  una  tremenda 
lezione  sulle  umane  vanità. 


—  li  — 

Alla  sinistra  sta  accalcata  una  grande  moltitudine,  sfarzosamente 
vestita,  di  principi,  ministri,  vescovi,  abati,  d'ogni  età  e  nazione,  che 
inginocchiati  ed  a  mani  giunte  scongiurano  la  inesorabile  morte  a 
voler  loro  risparmiare  la  vita.  Primeggia  un  Pontefice  che  offre  una 
coppa  piena  di  monete,  e  sul  davanti  della  scena  o  per  meglio  dire 
del  sepolcro,  tu  vedi  un  monaco  che  porge  un  anello,  un  doge  che 
lo  imita  con  un  bacile  ricolmo  d'oro,  indi  un  feudatario  che  offre 
la  propria  corona.  Ma  i  cadaveri  che  ingombrano  il  terreno,  fra  cui 
quello  di  un  principe  africano,  manifestano  come  a  que'doni  la  morte 
non  si  impietosisce.  Rimarchevole  è  il  gruppo  pieno  d'espressione,  ove 
figura  un  re  in  atto  di  maraviglia  neh' osservare  una  preziosa  gemma, 
che  un  mercante  giudeo  con  gelosa  circospezione  a  lui  mostra.  Felicis- 
simo pensiero,  che  il  pittore  al  certo  volle  esprimere,  a  contrapposi- 
zione dell'idea  dominante  in  tutta  quella  moltitudine  atterrita  e  piagno- 
losa  al  cospetto  della  morte;  che  cioè  la  vista  delle  preziose  cose 
fa  a  certuni  obliare  sull'istante  la  dominatrice  idea  del  morire. 

Il  quadro  sottoposto  rappresenta  la  Danza,  come  vien  indicato 
dai  versi  scritti  in  caratteri  gotici  ed  in  una  sola  linea: 

0  li  che  serve  a  Dio  del  bon  core 
Non  havire  pagura  a  questo  ballo  venire 
Ma  alegramenle  vene  e  non  lemire 
Per  chi  nase  elli  convene  morire. 

Tali  danze  di  consueto  vengono  rappresentate  con  un  numero 
più  o  meno  grande  di  personaggi,  con  altrettanti  scheletri  condu- 
centi persone  di  vita  militante.  Trovandosi  il  dipinto  mutilato  da 
una  parte  (vedi  il  luogo  segnato  C  nella  Tavola  sopradetta)  non  possono 
figurare  il  Papa,  l'Imperatore,  l'Imperatrice,  il  Re,  il  Cardinale,  il 
Duca,  ecc.,  personaggi  che  si  trovano  sempre  figurati  in  tutte  le 
Danze  dalle  più  antiche  alle  più  moderne,  e  che  certamente  sa- 
ranno esistili  in  origine  eziandio  in  questa  Danza. 


—   12   — 

Tulli  i  personaggi  del  nostro  quadro,  si  figurerebbero  come  escili 
da  una  porta,  quasi  a  simbolo  di  città,  per  cui  la  Danza  deve  ef- 
figiare memorie  cittadine. 

Avanti  tutto,  a  primo  anello  della  schiera,  si  presenta  uno  sche- 
letro che  conduce  un  gentiluomo  ,  e  dietro  a  questi  un  secondo 
scheletro  che  ne  guida  un  altro  :  i  gentiluomini  sembrano  appar- 
tenere all'ordine  giudiziario;  tien  dietro  un  magistrato  in  lunga 
zimarra,  ed  un  filosofo  o  maestro,  ambedue  condotti  dal  rispettivo 
scheletro;  succede  quindi  un  giovine  studente  in  giubboncello,  che 
stringe  un  papiro  dal  lato  del  cuore  ;  quindi  un  mercante  che  tiene 
la  mano  in  una  bisaccia  da  denaro  appesa  alla  cintura;  vien  dopo 
un'armigero  coperto  da  mantello;  quindi  un  giovine  che  potrebbe 
prendersi  per  un  alchimista  o  chimico,  portante  una  macchinetta  d'in- 
cognito uso;  vien  dietro  loro  e  dietro  gli  scheletri  che  li  guidano,  un 
uomo  del  popolo  a  calzoni  laceri,  che  sembra  un  artigiano;  quindi 
un  frate  dell'ordine  de' Battuti  o  Disciplini;  quindi  ancora  una  vez- 
zosa signora  piena  di  vita  e  di  bellezza,  bene  abbigliata  e  mirantesi 
in  uno  specchio,  la  quale  viene  condotta  per  il  dito  della  mano  da 
uno  scheletro,  e  per  l'avambraccio  fermata  da  un  altro,  come  a 
significare  che  il  pensiero  della  morte  arresta  o  turba  anche  il  li- 
bero corso  ai  galanti  pensieri  della  vita. 

L' ultimo  ad  uscire  dalla  porta  è  uno  scheletro  del  quale  si  vede 
la  testa  e  l'avambraccio,  e  dietro  ad  esso  una  moltitudine  sta  per 
uscire  alla  comparsa  della  Danza  ferale. 

Qual'è  il  pensiero  che  si  potrebbe  attribuire  a  questa  Danza?  Esso 
sarebbe,  giusta  il  sentir  mio,  che  ogni  uomo  di  qualunque  ceto  è  pur 
condotto  da  invisibile  forza  alla  morte,  e  che,  come  uno  scheletro 
sta  avanti,  così  uno  scheletro  sta  nel  fine  ad  attestare,  che  in  qua- 
lunque direzione  l'uomo  corra,  trova  da  ogni  lato  la  morte. 

Gli  episodii  della  nostra  danza  sono  svariatissimi  pel  costume  dei 


I  \  IH  .: 


—  13  — 
danzatori,  pel  diverso  pensiero  in  ciascuno  espresso,  e   pel  modo 
inusitato  di  atteggiare  gli  scheletri;  sicché  mirabilmente  tu  vedi  tra- 
sparire sovra  essi  e  l'ironia,  e  le  smorfie,  e  le  grazie  beffarde  onde 
muovono  alla  danza  co'  mesti  compagni. 

Lo  stile  di  questo  dipinto,  per  l'età  cui  appartiene,  è  ben  singolare: 
le  teste  sono  piene  di  vita,  ed  esprimono  efficacemente  il  carattere  e  le 
interne  affezioni  dell'animo,  che  quella  fatai  danza  produce  in  cia- 
scuna persona.  A  dir  vero  si  scorge  un  avvicinamento  dell'  arte  al  mi- 
glior progresso,  non  essendovi  che  una  leggera  secchezza  ne'  contorni 
di  ogni  singola  figura  e  nel  piegare  delle  vesti;  anzi  molte  movenze 
e  attitudini  sono  piene  di  grazia  e  di  naturalezza,  talché  prescindendo 
anche  dalla  rilevantissima  importanza  archeologica,  la  composizione 
riesce  preziosa  per  l'arte  e  per  la  storia  dei  costumi,  che  si  riferisce 
sempre  ai  secoli  XIV  e  XV.  • 

A  ragione  alcuni  ammiratori  furono  del  mio  avviso,  che  la  mag- 
gior parte  delle  figure  espresse  tanto  nel  Trionfo  come  nella  Danza 
debbano  ricordare  distinti  personaggi,  che  a  que' tempi  avranno  in- 
fluito sui  destini  del  veneto  Dogado,  e  del  milanese  Ducato;  Stati,  i 
quali  atteso  la  loro  vicinanza  e  disparità  di  principii,  versavano  in 
continui  commovimenti  politici  e  religiosi.  Giudiziosi  archeologi  ed 
in  ispecialità  iniziati  nello  studio  delle  medaglie,  potrebbero  con 
poca  fatica  riconoscere  il  nome  di  alcuni  di  que' personaggi,  e  trarne 
cosi  una  norma  a  meglio  giudicare  de' tempi  e  dell'epoca  stessa. 

La  Tavola,  che  qui  unisco,  venne  cavata  dal  disegno  originale, 
che  conservasi  presso  di  me  ed  eseguito  a  colori  dal  valente  si- 
gnor Giovanni  Darif  veneziano.  Le  altre  tre  Tavole  segnale  II.a,  III.", 
lV.a,  sono  il  lucido  esatto  delle  teste  di  tre  personaggi  principali, 
che  vedonsi  nel  Trionfo  delia  Morte;  e  le  offro  come  un  saggio  dello 
stile  proprio  al  dipinto,  di  conlorni  assai  pronunciali  in  chiara  luce  e 
con  scarsità  di  ombre. 


—  14  — 
OSSERVAZIONI. 

Le  prime  quattro  figure  che  stanno  a  sinistra  della  Danza  del  di- 
pinto, non  si  possono  distinguere  con  chiarezza  per  essere  in  parte 
sbiadite  e  perdute  ;  ma  il  nostro  disegnatore  credette  bene  di  farle 
rivivere  per  armonizzarle  col  rimanente,  ajutandosi  coi  solchi  segnati 
dai  contorni  delle  figure  sulla  parte  del  muro  scrostato. 

Così  le  coppie  de'  dignitarii  che  dovevano  figurare  per  le  prime 
in  questa  danza,  vennero  distrutte  da  cima  a  fondo  per  una  scala 
praticatavi  da  persone  ignare,  onde  ascendere  ad  una  stanza. 

Premesse  tali  cose,  si  riconoscerà  lo  stato  attuale  dell'  opera  che 
vanta  Clusone,  la  conservazione  della  quale  non  sarà  mai  abbastanza 
raccomandata  a  que'  terrazzani  e  alle  autorità  municipali. 

Lo  stipite  che  vedesi  segnato  D  nella  tavola,  devesi  ritenere  dal 
lato  opposto  :  in  esso  scorgesi  un  teschio  che  tiene  coi  denti  un 
cartello  su  cui  sta  scritto:  son  fine. 

Un  simile  stipite  doveva  esistere  nel  luogo  dove  ora  vedesi  la 
mentovata  scala. 


LilìeiFi  demolii 


A-O^Rcri  dìs. 


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fóci  synymnw  aòtinqup  li  btnm,ytrt$t  ptrtfa  nott  pofsimo  camym. 


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A.  0 §lien  dis 


IL 


DOGMA    DELLA    MORTE 

DIPINTO  A  PISOGNE  (Lago  d'Iseo). 


fer  i 


ir  i  materialisti  la  morte  annienta  l'uomo,  tronca  ogni  speranza: 
gioje  e  dolori,  riso  e  pianto,  dubbi  e  realtà,  per  essi  tutto  è  com- 
preso nella  vita,  nulla  dopo  di  quella.  Epperciò  a  rendere  felice 
la  vita  dovevano  logicamente  volgere  tutte  le  cure;  così  il  pensiero 
cbe  reclinava  alla  inesorabile  morte  diveniva  un  maggiore  stimolo 
ai  sensi  per  godere  la  vita.  I  poeti  filosofi  ricordavano  la  morte  ai 
potenti  al  solo  intendimento  di  invitarli  a  disprezzare  le  caduche 
grandezze ,  proclamando  : 

Breve  et  irreparabile  lempus 

Omnibus  est  vite;  sed  famam  extendere  factis, 

Hoc  virlulis  opus. 

Virg.  ./Eneide. 

L' epicureo  Anacreonte  soleva  invece  cantare  :  È  forza  morire  anche 
non  volendo;  dunque  a  che  non  si  gode  la  vita?  (Ode.  25.)  Convien  godere 
la  vita,  quanto  più  vicina  è  la  morte.  (Ode.  11.)  Ne'  banchetti  de'  sen- 
suali mettevasi  sulle  tavole  un  emblema  della  morte,  perchè  avvertisse 
d'esser  solleciti  a  godere   la  vita;  onde   S.  Paolo  nella  lettera  ai 


—  16  — 

Corinti  loro  fa  dire:  Si  mortui  non  resurgunt,  manducemus  et  bibe- 
mus  ;  cras  enim  morìernur  (*). 

La  religione  Cristiana  sublimò  più  u"  ogni  altra  il  pensiero  della 
morte,  col  definire  non  essere  vera  vita  la  vita  mortale,  ma  prepara- 
zione ad  una  eternità  di  premio  o  di  pena.  Per  cosifatto  dogma  la 
morte  del  corpo  è  nulla  rispetto  a  quella  dell'anima,  ma  è  tran- 
sito, ossia  ingresso  ad  una  seconda  vita  di  eterni  gaudj  pei  giu- 
sti, di  eterni  tormenti  pei  reprobi:  epperò  in  diversi  cimiteri  si 
dipinsero  Adamo  ed  Eva  autori  del  peccato,  quindi  della  morte. 

Questo  importante  pensiero  del  Dogma  della  Morie  vedesi  maes- 
trevolmente figurato  sulla  facciata  della  Chiesa  della  Madonna  della 
Neve  a  pochi  passi  da  PISOGNE  nella  Valcamonica,  ed  appartenente 
già  agli  Agostiniani,  paese  sul  lago  d'Iseo,  antico  e  rinomalo  per 
miniere  e  lavori  di  ferro,  ed  ove  nel  1485  incominciarono  quei 
processi  giustificati  solo  dai  tempi  contro  gli  eretici,  che  nel  1515  man- 
davano al  rogo  ben  sessantaqualtro  persone.  La  chiesa  è  conosciuta 
pei  mirabili  affreschi  di  Gerolamo  Romanino,  bresciano,  competitore 
del  Boliviano  detto  il  Moretto ,  franco  nel  pennelleggiare ,  bizzarro 
nelle  composizioni,  grandioso  ne'  concetti.  Essa  è  fregiata  tanto  in- 
ternamente che  esternamente  da  un  solo  lato. 

La  rappresentazione  del  DOGMA  DELLA  MORTE,  che  vedesi 
sulla  facciata  della  chiesa,  è  divisa  in  due  scene,  o  per  meglio  dire 
in  due  grandi  scompartimenti  oblunghi,  de'  quali  l'uno  risguarda  la  vera 
vita,  l'altro  la  vera  morte.  Ciascuna  scena  poi  è  divisa  da  colon- 
nette in   tre   altri  piccoli   scompartimenti,   comprendendo   tutta  la 

(1)  Vedi  Petronio  nel  Trimalcione,  dove  sulle  tavole  fa  girare  e  muovere  uno 
scheletro  d'argento,  alla  cui  vista  i  commensali  esclamano:  Sic  erimus  cimeli, 
poslquam  nos  atiferet- orcus.  Ergo  vivamus,  cium  licei  esse  bene.  Notisi  clic  bene 
significava  per  essi  sensualmente.  Questo  costume  derivò  dall'Egitto,  dove  sulle 
tavole  si  faceva  muovere  uno  scheletro  di  legno,  indisi  esclamava  precisamente 
come  nel  Trimalcione:  Tuie  diverrai  dopo  la  morte.  Erodoto,  Euterpe,  1.  2.  e.  78. 


-  il  — 

composizione  oltre  quaranta  figure  di  grandezza  pressoché  naturale. 
Vedansi  le  Tavole  V.a  e  VI.a  che  qui  unisco  a  maggiore  intelligenza 
degli  studiosi,  disegnate  con  fedeltà  dal  signor  A.  Ogìierì. 

Da  un  lato  ravvisi  uno  scheletro  coronato,  perchè  Principe  della 
morte,  con  arco  teso  e  vibrante  cinque  freccie  ad  un  tratto.  Quello 
di  Clusone  ne  scocca  tre,  quante  lingue  vibrar  suole  il  serpente,  ad 
indicare  l'intensità  dell'azione;  perocché  il  ire  per  gli  antichi  fu 
numero  arcano  del  perfetto.  Laonde  tri-megislo  per  grandissimo, 
e  terror  per  tre  volle  orribile,  da  ler-orror ;  ed  i  Francesi,  come  i 
Latini  usano  il  tre  a  dinotare  il  superlativo.  A  Pisogne  invece,  per- 
chè dominò  un  pensiero  teologico,  si  figurarono  cinque  freccie  opera- 
trici della  morte  eterna,  per  opposizione  alle  cinque  piaghe  operatrici 
della  umana  redenzione. 

Incontro  a  questo  scheletro  vedi  venire,  movendo  da  mezzodì  a 
settentrione,  prima  un  Papa,  poi  due  cardinali,  indi  due  vescovi  e 
due  diaconi,  e  dietro  una  schiera  di  dignitarii  ecclesiastici,  di  nobili 
secolari,  e  finalmente  di  gentildonne,  tutti  portanti  segni  di  ricchezza 
e  di  avarizia;  alcuni  con  vasi  d'oro,  altri  con  borse  piene  o  ba- 
cili di  pietre  preziose. 

Dall'opposto  lato  vedi  pure  uno  scheletro,  ma  coli' arco  spezzato  e 
senza  freccie.  A  lui  muove  incontro  altra  comitiva,  divisa  pure  in  tre 
scompartimenti  e  volta  da  settentrione  a  mezzodì,  preceduta  da  Gesù 
conducente  pelbraccio  la  Vergine  Maria  C).  Dopo  vengono  cinque 
santi  nimbati  e  portanti  bende,  su  cui  forse  erano  scritte  sacre  leg- 
gende commentanti  i  simboli  da  loro  figurati;  indi  seguono  re,  prin- 
cipi, e  dignitarii  secolari,  portanti,  non  ricchezze,  ma  banderuole,  su 
cui  forse  erano  parimenti  scritte  le  virtù  che    li    fecero  seguaci  di 


(I)  Gesù  e  Maria  operando  la  redenzione  vincono  la  morte,  introducono 
e  segnano  il  novello  cammino,  alla  vita,  alla  saltile  eterna.  —  Factus  est 
causa  salulis  aelernw.  — Inìliavit  nobis  viam  novam. —  S.  Paolo,  Ep.  ad  Cor. 


—  48  — 

Cristo  a  vincere  la  morte.  È  a  lamentarsi  che  l'ingiuria  del  tempo 
abbia  resi  illeggibili  tutti  questi  motti.  Veggonsi  finalmente  distinti 
personaggi  appartenenti  a  lontane  nazioni  gentili,  cui  la  luce  del 
Vangelo  apri  la  verità ,  le  fisionomie  dei  quali  si  accordano  col 
nome  che  ciascheduno  porta  sul  petto.  Principalmente  distinguonsi  al 
costume  orientale,  un  Turco,  un  Calmucco,  ed  un  Moro.  Sopra  le 
figure  dei  re  e  dei  principi  al  signor  Rosa  fu  dato  di  leggere  il 
seguente  distico  : 


■'a'- 


Noi  spregiercmo  adunque  li  denari,  perchè  per  essi  non  possiamo  campare. 

È  strano  che  in  una  rappresentazione  eseguita  per  ordine  e  sotto 
la  direzione  d'una  società  religiosa,  si  veggano  le  autorità  ecclesia- 
stiche dal  lato  de' morti,  e  le  autorità  secolari  dal  lato  degli  eletti. 
Ricercando  il  dotto  signor  Rosa  quale  ne  possa  essere  stata  la  ca- 
gione, credette  di  scorgervi  il  principio  ghibellino,  che  prevalse  nella 
Divina  Commedia,  preponderò  nella  Germania,  e  fu  precursore  di 
quella  Riforma,  che  violentemente  sobbolliva  gli  spiriti  all'epoca 
delle  Danze  dei  Morti;  come  nelle  Valli  Retiche  duravano  ancora  le 
sette  degli  Arnaldisti  e  dei  Valdesi.  Che  infatti  la  riforma  avesse  segreti 
aderenti  eziandio  in  Italia  sciaguratamente  anche  fra  gli  ecclesiastici 
(massime  fra  gli  Agostiniani  alla  cui  regola  apparteneva  Lutero)  ce 
lo  comprova  la  Danza  di  Besanzone,  che  i  Minoriti  fecero  dipingere. 

Le  due  sopracitate  scene  del  Dogma  della  Morte  sono  dipinte  tra 
l'antico  e  il  moderno  stile,  cioè  sul  cadere  del  secolo  XV;  e  per  disegno, 
come  per  tavolozza  alquanto  fredda  e  cenerognola,  si  direbbero  ese- 
guite dal  lombardo  Ambrogio  Borgognone  da  Fossano,  che  facile  fre- 
scante, conservò  la  maniera  dei  quattrocentisti  anche  nel  cinque- 
cento. Milano  possiede  molti  suoi  dipinti  a  fresco,  e  parimenti  alcune 
tempere  eseguite  con  perizia  su  tavole.  Nella  basilica  parrocchiale 
di  S.  Simpliciano  l'abside  dell'aitar  maggiore  è  una  ricca  compo- 


-  19   - 

sizione  di    molto  merito ,  come  di  questo    pittore    sempre  divoto , 
è  la  bellissima  tavola  nella  chiesa  di  S.  Spirito  a  Bergamo. 

In  questi  due  scompartimenti  le  teste  delle  figure  non  sono  ri- 
tratti, come  ci  è  sembrato  di  vedere  in  quelle  del  Trionfo  e  Danza 
della  Morie,  ma  bensì  ideali  del  pittore ,  che  aveva  una  particolare 
tendenza  ad  improntare  giovanili  teste  di  religioso  affetto ,  e  direi 
quasi  di  pietosissima  contemplazione. 


GIUDIZIO    FINALE 


T5V1I 


ETIMOLOGIA  DEL  NOME  MACABRA 


I 


LI  nome  Macabra  è  vocabolo  d' origine  oscura,  a  cui  si  vollero 
attribuire  tanti  e  sì  diversi  significati  da  renderlo  quasi  un  nome 
favoloso ,  come  ben  dimostrarono  Peignot  e  Douce,  e  più  tardi  Lan- 
gloisV)  eFortoul  nelle  loro  importantissime  opere  sulla  Danza  dei  Morti. 
Io  fo  plauso  alla  loro  opinione,  ma  non  rinuncio  alla  mia.  Macaber  o 
Macabre,  sarebbe  il  nome  proprio  di  un  Alemanno,  autore  di  alcune  poe- 
sie applicate  a  vecchie  pitture  rappresentanti  la  Danza  della  Morte: 
come  pure  d'un  altro  poeta  francese  chiamato  Macabrei,  Macabrus  o 
Macabrèes,  come  le  danze  furono  dette  nel  Medio  Evo.  Il  bibliofilo  Ja- 
cob, nella  lettera  al  viaggiatore  Taylor  premessa  all'opera:  La  Danse 
Macabre,  Parigi,  1832,  disse  che  alcuni  la  derivarono  dall'arabo  in  cui 
inaquebar  equivale  a  cimitero,  e  questa  opinione  fu  seguita  in  un  arti- 
colo pubblicato  nel  Poliorama  Pittoresco  di  Napoli  dell'agosto  1844;  ma 
vi  si  oppone  che  gli  Arabi  non  usarono  né  conobbero  mai  Danze  di 
Morii.  Altri  la  derivarono  dall'inglese  make-break  che  vale  rompere, 
troncare;  altri  dall'  ebraico  maccaìibi  che  corrisponde  a  plaga  ex  me, 
e  perciò  dissero  Macabre  quelle  danze;  altri  dall'antico  francese 
ma-cabre,  mia  capra;  altri  dal  cognome  di  una  famiglia  di  Troyes, 

(1)  Langlois  nel  suo  Essai  sur  la  Danse  des  Morls,  1852,  occupò  25  pagine 
per  1' etimologia  del  nome  Macabre! 

4 


—  24  — 
Nella  stessa  città,  nella  casa  degli  eredi  Manuel,  posta  nella  strada 
des  Gentilshommes ,  vedesi  un  volume  ove  stanno  i  disegni  ricavati 
dai  dipinti ,  che  ebbero  pochi  anni  di  vita.  Anche  lo  scrivente 
possiede  un  volume  contenente  copia  di  quella  stessa  danza,  col 
ritratto  del  pittore  e  l'Ossario  eseguiti  a  tempera. 


Vi    ,'" 


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1.0    SPETTRO. 


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Ifì? 


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ILLUSTRAZIONE  DI  UN  DISEGNO 

D'ALBERTO  DURERÒ 


1  rovo  bene  far  conoscere  un  primo  quadro  d'una  Danza  dei 
Morti ,  la  quale  se  avesse  avuto  compimento  ,  darebbe  alta  palma 
all'autore  suo,  Alberto  Durerò,  chiamato  dagli  Italiani  Duro,  che  si 
meritò  il  sopranome  di  Perugino  della  Germania,  e  visse  al  tempo 
dei  grandi  sconvolgimenti  politici  religiosi  nel  Nord  d' Europa. 
Fu  artista  sommo  nella  pittura  come  nell'incisione,  laborioso,  di 
vivissima  fantasia,  e  nelle  sue  composizioni  spirituale  per  eccellenza. 
Quantunque  maestrevolmente  egli  avesse  incisi  alcuni  argomenti 
affatto  separati  dal  Dramma  della  Morte,  nondimeno  si  può  accertare 
eh'  egli  non  abbia  eseguito  una  Danza  della  Morte  come  fecero  Hol- 
bein,  Manuel  ed  altri  sul  finir  del  secolo  XV  ed  al  principio  del  XVI. 

Ragguardevole  persona,  dedita  ad  ogni  sorta  di  eletti  studj,  mi 
fece  conoscere  un  foglietto  di  carta  portante  un  disegno  (schizzo) 
a  penna,  rappresentante  quattro  figure  che  si  presenterebbero  come 
il  principio  di  una  Danza,  quale  appunto  di  solito  si  aprono. 

Questo  schizzo  è  di  Alberto  Durerò:  sotto  un  grande  atrio  a  co- 
lonne d'  ordine  corintio,  si  ravvisa  un  vescovo  mitrato ,  coperto  di 
ricco  palio,  portante  un  pastorale  nella  mano  diritta,  mentre  colla 
sinistra  sostiene  un  libro  al  petto:  lo  seguono   due    prelati,  ed   al 


—  2f>  — 

suo  fianco  in  alto  di  prenderlo  nel  cammino  stavvi  uno  scheletro 
animato,  coperto  di  un  rozzo  drappo,  tenendo  nella  sinistra  mano 
un  badile. 

Nella  idea  di  far  cosa  grata  agli  amatori  della  storia  di  quel 
sommo  artista  (nato  a  Norimberga  nel  1471,  morto  nel  1528)  qui 
unisco  il  facsimile  nella  Tavola  Vili."  del  prezioso  disegno,  su  cui 
avvi  il  monogramma  e  la  data,  eseguito  a  libera  e  franca  penna. 
Si  allontana  da  quel  metodo  di  piegar  trito  e  duro  che  qualifica 
la  sua  prima  età,  di  belle  forme  sono  le  figure,  cosicché  l'assieme 
è  opera  da  onorare  qualsiasi  grande  maestro  italiano. 


DANZA  MACABRA 


A  NAPOLI 


Issarlo  Del  Magno  Ioagnes  milanese,  dimorando  a  Napoli,  sempre 
intento  agli  studi  di  Belle  Arti  e  in  ispecialità  archeologici,,  fu  nel  1826 
da  me  incaricato  di  stendere  una  descrizione  del  Regno  di  Napoli  oltre 
il  Faro,  se  gli  fosse  stato  possibile.  Fra  le  molte  cose  fornitemi,  alle 
quali  aggiungeva  nel  1828  non  poche  rettificazioni  sull'opera  del 
conte  Leopoldo  Cicognara:  Storia  della  Scultura  Italiana,  mi  comunicò 
la  seguente  descrizione  della  Danza  che  trovasi  ancora  a  Napoli  ; 
notizia  che  reputo  opportuno  di  riportare,  acciochè  sia  palese  come 
eziandio  nell'estrema  parte  della  Penisola  Italiana  non  mancarono 
artisti  di  fervida  immaginazione  che  trattassero  il  malinconico  argo- 
mento della  Danza  Macabra. 

Nella  Chiesa  de' Domenicani  in  Napoli,  dedicata  a  S.  Pietro  martire 
ed  edificata  nel  1294  da  Carlo  II  d'Anjou  (che  soggiacque  col  mo- 
nastero a  qualche  cangiamento  per  l'alluvione  nel  1343  di  un'acqua 
sorgente,  creduta  l'antico  Sebeto) ,  trovavasi  in  una  cappella  un 
marmo,  tolto  nel  1655  e  incastralo  in  una  casa  vicina,  nel  quale 
è  scolpita  in  basso  rilievo  la  Danza  con  un  personaggio  della 
Morte,  quasi  di  grandezza  naturale,  con  due  corone  in  testa,  in  atto 


d'andare  alla  caccia  tenendo  nella  sinistra  il  falco  e  nella  destra  un 
vaso  mortuario  detto  doglio:  sotto  i  suoi  piedi  si  vedono  morte  varie 
persone  d' ogni  sesso,  età,  e  condizione.  Alla  destra  del  marmo  sta 
ritto  in  piedi  un  uomo  in  abito  da  mercante,  che  versa  un  sacco  di 
denari  sopra  una  pietra  quadrilunga,  sul  cui  prospetto  si  legge  la 
seguente  iscrizione  in  antico  stile  ed  a  caratteri  gotici  in  uso  a  quei 
tempi  : 

EO  .  SO  .  LA  .  MORTE  .  CHE  .  CHACIO. 

SOPERA  .  VOI  .  IENTE  .  MONEDANA. 

LA  .  MALATA  .  ELA  .  SANA. 

DI  .  E  .  NOTTE  ..  LA  .  PERCHACIO. 

NON    .    GIÀ    .    NESVNO    .    INETANA. 

P  .  SCAMPARE  .  DAL  .  MIO  .  LACZIO. 

CHE    .    TVCTO    .    LO    MVNDO    .    ABRACZIO. 

E  .  TVCTA .  LA  .  GENTE  . VMANA. 

PERCHE  .  NESSVNO  .  SE  .  CONFORTA. 

MA  .  PRENDA  .  SPAVENTO. 

CH  .  EO  .  PER  .  COMADAMENTO. 

DE    .    PRENDERE    .    A    .    CHI    .    VEN    .    LA    SORTE. 

SIAVE  .  CASTIGAMENTO  . 

QVESTA    .    FIGVRA    .    DE    .    MORTE. 

E    .    PENSA    .    VIE    .    DE    .    FARE    .    FORTE. 

IN  .  VIA  .  DE  .  SALVAMENTO. 

Dalla  bocca  del  mercante  esce  un  cartello  nel  quale  si  legge: 

TVTO  .  TE  .  VOLIO  .  DARE  .  SE  .  ME  .  LASI  .  SCAMPARE. 

E  dalla  bocca  della  morte  esce  del  pari  un  altro  cartello  : 

SE  TV  ME  TOTESSE  DARE  QUANTO  SE  POTÈ  ADEMANDARE  NO  TE  SCAMPARE  LA  MORTE  SE 
TE  VENE  LA  SORTE. 

All'intorno  del  marmo  poi  si  legge: 

ijl  MILLE  LAVDE  FACZIO  A  DIO  PATRE  E  ALA  SANTA  TRIN1TATE  CHE  DVE  VOLTE  ME 
AVENO  SCAMPATO  E  TVCTI  LI  ALTRI  FORE  ANNEGATE  FRANCISCH1NO  FV1  DE  FRIGNALE  FECI 
FARE    QVESTA   MEMORIA   ALE    M.CCC.LXI    DE    LO    MESE  DE    AVGVSTO   XIIII  INDICIONIS. 


DIALOGO 


DEL    SECOLO    XIV 


TRA  L'i.vnil  E  IL  CORPO  I»  l  \    MORTO 


E 


te' suoi  stuelli  sugli  antichi  Trovatori  Provenzali,  Fortoul  fa  cenno 
d'una  traduzione  Castigliana  d'un  dramma  attribuito  da  Nostredamo 
ad  Arnaud  Daniel,  ed  intitolato:  Le  Vergei  de  Pensamiento ,  nel 
quale  trovasi  altresì  una  disputa  fra  l'anima  ed  un  corpo,  dramma 
ch'era  a  quel  tempo  molto  in  voga  in  Francia,  dove  fu  rappresen- 
tato nel  Cimitero  degli  Innocenti  dopo  il  grandioso  dramma  della 
Danza  Macabra.  Sarebbe  per  avventura  il  dialogo  in  discorso? 

Il  dialogo  che  presentasi  per  la  prima  volta  alla  pubblica  co- 
gnizione, come  leggesi  nel  manoscritto  presso  di  me  esistente,  fu 
da  anni  trovato  sur  una  membrana  dell'archivio  del  Regio  Econo- 
mato ,  scritto  da  mano  francese  nel  secolo  XIV ,  e  da  quel  che 
sembra,  così  tradotto  ed  epilogato  quale  viene  pubblicato. 

In  esso  vengon  poste  nettamente  a  riscontro  le  due  diverse  forze, 
quali  per  la  genesi  costituiscono  l'uomo;  cioè  il  corpo-terra  colle 
sue  inclinazioni  fisiche ,  e  1'  anima-spirito  colle  sue  inclinazioni  ce- 


—  50  - 

lesti,  o  sia  di  intelligenza  e  di  moralità.  Mi  sembrò  che  simile  dialogo 
quale  parodia  d'una  Danza  dei  Morii,  potesse  aver  posto  in  questo 
libro,  eziandio  per  la  ragione,  che  mentre  nelle  Danze  Macabre 
o  dei  Morii,  (altra  delle  specie  di  linguaggio  figurato)  la  moralità 
della  rappresentazione  è  sempre  mistica  e  sotto  interpretazione, 
qui  invece  è  aperta  e  parlata,  in  guisa  tale  e  con  tale  ingegno, 
che  la  mente  si  dismette  dalla  lettura  tutta  confortata  da'pensieri 
di  speranza  e  di  fede. 

Ritengo  quindi  di  far  cosa  gradita  agli  intelligenti,  il  togliere 
dal  secreto  e  dalla  oblivione  uno  scritto,  che  per  diversi  rapporti 
merita  la  luce. 

Esordisce  l'ignoto  autore  da  un  distico  in  ritmo  latino,  di  quella 
specie  di  versi  a  rima  che  chiamansi  Leonini.  Deplorasi  in  essi  la 
cecità  del  mondo  che  milita  sotto  lo  stendardo  della  vanagloria, 
senza  pensare  alla  vanità  di  tutte  le  cose  di  quaggiù,  labili  per 
loro  natura  e  transitorie. 

Fidati  piuttosto,  dice  il  poeta,  delle  lettere  delineate  sul  ghiaccio 
che  appanna  i  vetri,  che  non  della  vana  fallacia  del  mondo  fragile. 

Plus  crede  Ultcris  scriptis  in  cjlacie 
Quam  munii i  fragilis  verme  fallacia;. 

Finito  questo  proemio  salta  di  pie  pari  il  poeta  dal  latino  al  fran- 
cese, e  narra  in  quattro  versi  che  una  volta  ebbe  il  gran  talento 
di  dormire  ,  e  vide  dormendo  un  morto  puzzolentissimo ,  pieno  di 
vermi  e  di  schifezza,  giacente  nella  sua  bara  piena  di  putridume. 

Il  teatro,  come  si  vede,  non  è  de' più  ameni. 

Ripiglia  il  poeta  la  lingua  latina,  e  narra  come  presso  alla  bara 
stava  l'anima  uscita  da  quel  corpo  medesimo,  desolata,  piangente 
e  gittando  urli  disperati,  lo  chiamava  e  cosi  gli  diceva:  0  morto^ 
sucido  e  puzzolente,  svegliali,  levati,  parlami:  non  fu  un  tempo,  uomo 


—  31  - 
più  nobile  o  più  polente  di  le;  ora  a  quel  che  vedo,  sei  mangialo  dai 
vermi. 

Quest'appello,  in  cui  l'anima  non  faceva  prova  di  cortesia,  fu 
fatto  in  francese;  ma  nel  dialogo  che  segue,  l'anima  come  più  lette- 
rata parla  sempre  in  latino:  il  corpo,  umile  argilla,  risponde  in  volgare. 

Il  corpo,  come  se  fosse  vivo,  alza  il  capo  e  domanda  piangendo 
chi  lo  svegli:  l'anima  ripiglia,  rivolgendogli  una  mezza  dozzina  d'epiteti 
poco  parlamentarii,  (i  men  tristi  dei  quali  sono  fetore,  lue,  massa  di 
polvere,  ecc.,)  e  gli  chiede  che  ne  sia  della  sua  vita  così  splendida. 

11  corpo,  così  morto  com'è,  si  risente  a  tanti  oltraggi  e  rammenta 
all'  anima  che  quel  parlare  è  troppo  ardito. 

Tu  pues  bien  regarder  que  plus  ne  sus  en  vie 
Et  ne  puis  plus  mener  feste  ne  druerie 

Tu  puoi  ben  vedere  che  più  non  sono  in  Vita ,  e  che  più  non  posso  menar 
festa  né  tripudio. 

Ma  l' anima  è  pettegola  e  ciarliera,  e  intende  pure  sfogarsi  una 
buona  volta,  maltrattando  con  parole  quel  corpo  che  la  condusse  a 
mal  fine;  onde  continua  a  dire:  0  corpo  fetido,  chi  li  prostrò  a 
questo  modo?  o  corpo  avido,  chi  ti  disseccò,  qual  orrendo  misfatto  a 
tale  ti  ridusse,  perchè  la  morte  così  presto  li  deturpò  ? 

Poteasi  indovinar  la  risposta:  Bellezza,  boutade,  nobiltà  e  forza  la 
morte  lutto  mi  tolse;  somiglio  una  scorza  svelta  a  forza  da  mi  albero 
e  gittata  a  terra. 

L'anima.  A  le  jeri  era  soggetto  il  mondo,  tutta  la  provincia  ti  te- 
meva; dov'è  ora  il  tuo  seguito?  Ecco  la  tua  gloria  dissipata. 

Il  corpo.  Troppo  onore  ebbi  veramente  al  secolo,  e  dovizia  d'  oro 
e  d'  argento,  di  mangiari  e  di  famigli  ;  ora  sono  in  grande  orrore  in 
questo  putrido  ridotto,  dove  i  vermi  mi  attanagliano  come  serpi. 

L'  anima.  Non  sei  più  fra  le  torri  di  pietre  squadrate,  né  in  palazzo 
capace,  ma  in  picciol  feretro,  e  vicino  ad  esser  collocato  in  piccola  tomba. 


—  32  — 

Il  corpo.  Lasso!  so  bene  che  non  son  più  nelle  mie  grandi  corti 
quadrate,  ma  sibbene  fra  quattro  tavole  colle  mani  bendate,  non  parale 
di  rose  o  di  timo,  ma  fetide  del  mio  fetore. 

L'anima.  /  castelli,  i  palazzi,  le  case  che  valgono?  appena  il  tuo 
tumido  corre  sette  piedi;  per  te  mi  toccano  le  sedi  infernali;  ora  mai 
non  puoi  più  offendere  né  Dio,  né  il  prossimo. 

Qui  il  corpo  da  buon  diplomatico  discute  ed  ammette  la  prima 

parte;  della  seconda  non   parla.  Segue   l'anima  a  domandar  dove 

sono  i  poderi  acquistati,  le  torri  e  i  palazzi  costrutti,  le  collane  e 

gli  anelli,  i  tesori  ammassati,    i   letti    di   grande  pompa,  le   robe 

di  vario  colore  appese  alle  pareti ,  i  vini  e  le  vettovaglie  d'  ottimo 

sapore,  il  vasellame  d'argento:  Ciò  che  per  diverse  vie  hai  congregato , 

per  violenza,  per  frode,  per  usura,  per  severità,  con  lungo  affanno,  in 

lungo  tempo,  tutto  rapì  la  forza  d' un  solo  momento. 

Quw  din  quw  vario  congregasti  more 
Vi  franile  f'cenore  dolo  vel  rigore 
Per  longa  tempora  cura  magno  dolore 
IIwc  a  te  rapidi  vix  (vis)  unius  horce. 

Il  corpo  ammette  facilmente  che  tutto  se  n'  è  ito. 

J'ai  assez  amassez  avoir  eri  maintes  guises 

Tout  mori  mi/  hors  tolti  honors  et  marchandises 

Et  mori  ci  mis  tout  nuz  veslu  d'une  chamise 

Bien  ai  man  temps  perdu  quand  Ielle  poigne  y  ay  mise 

Ho  ammassato  molli  averi  in  molti  modi  ;  tutto  morte  adesso  mi  tolse,  onori 
e  beni;  e  morte  mi  ha  qui  gittato  tutto  nudo,  coperto  d'una  sola  camicia;  ben 
perdetti  il  mio  tempo  quando  tanta  fatica  vi  consecrai. 

Segue  l'anima  a  rinfacciargli  i  beni  perduti,  e  l'uccellare,  e  il 
cacciare,  e  il  corteo  d'amici.  Rotto  è,  gli  dice,  il  vincolo  d'ogni 
amore  e  già  le  lagrime  della  vedova  sono  asciugate. 

Avea  toccato  l'anima  un  tasto  de' più  dilicati.  Ma  il  corpo  di- 
venuto filosofo  risponde  : 

Mai  femme  my  enfaus  my  parunt  my  amis 
Por  guoy  scront  dolans  por  qiioy  vanront  ilz  ci? 


—  33  — 

llz  onl  avoir  argcnt  et  sont  riches  ci  compii 
Ilz  ne  ler  chat  neant  de  moy  que  ci  porri. 

Mia  moglie,  i  miei  figli,  i  miei  parenti,  i  miei  amici,  perchè  sarebbero  dolenti, 
perchè  verrebbero  qui?  Posseggono  averi  ed  argenti,  sono  ricchi  e  compiti; 
a  loro  non  cale  niente  di  me  che  qui  imputridisco. 

Ma  sviluppando  in  altri  sedici  versi  lo  stesso  pensiero ,  l'anima 
dice  che  gli  eredi  non  darebbero  due  giornate  di  prato  per  cavarlo 
di  pena;  il  corpo  afferma  che  non  darebbero  due  denari.  Ed  ecco 
come  i  morti  fanno  l'orazione  funebre  ai  vivi.  E  ben  potea  farla 
questo  morto,  poiché  impariamo  che  vivendo  esercitava  la  profes- 
sione d'avvocato. 

L'  anima.  Una  volta  fosti  ottimo  avvocato,  sapevi  le  leggi,  i  decreti, 
il  diritto  ;  ma  non  ti  sapesti  difendere  né  dalla  morte,  né  dalla  corru- 
zione, né  dai  vermi. 

Il  corpo.       Bien  sai  que  drois  et  lois  soloie  bien  entendre 
Par  devanl  dux  et  rois  une  cause  entreprendre 
Or  ma  voli  la  mors  de  si  gref  plait  enprandre 
Que  ci  griefement  ma  mors  que  ne  me  puis  defendre. 

Ben  so  che  diritto  e  leggi  io  solea  ben  capire  e  innanzi  a  duchi  e  regi 
intraprender  cause;  ora  la  morte  m'ha  impigliato  in  una  lite  così  dura,  così 
gravemente  m'ha  morso,  che  non  mi  posso  difendere. 

L'anima.  Perchè  non  appelli  al  re  di  Francia,  perchè  non  chiedi 
la  revisione  al  duca  dì  Borgogna,  principi  di  gran  potenza ,  che  ripa- 
rino a  tuo  favore  la  sentenza  della  morte? 

Questo  amaro  sarcasmo  non  meritava  risposta,  e  la  risposta  che 
fece  quel  dabben'uomo  del  corpo  non  merita  d'essere  ricordata. 

Ora  veniamo  al  merito. 

L'anima.  Dunque  perchè  vivendo  fosti  così  malvagio,  che  non  temesti 
Dio  né  la  morte,  perciò  hai  meritato  la  condanna  e  fosti  più  peccatore  di  me. 

Il  corpo.  Non  merito  tanto  disprezzo ,  malvagia  anima ,  come  tu  ; 
imperocché  Dio  ti  aveva  invero  dato  e  amore  e  virtù  ;  ma  tu  non  mi 


—   34   — 

hai  falla  riprensione  che  valesse  un  quattrino;  se  male  ci  è  avvenuto, 
io  non  ne  ho   colpa,  ma  tu. 

L'anima  s'adira  e  dice  che  venga  a  sentire  anch'esso  le  pene 
infernali;  il  corpo  ricusa,  e  pretesta  si  disfarà  prima  tutto,  poi  ri- 
susciterà nel  gran  die,  ed  allora  seguirà  il  destino  dell'  anima. 

L'anima  esclama:  che  s'egli  avesse  creduto  ai  dottori  ed  ai  predi- 
catori che  mostravano  la  via  della  salute,  ora  non  sarebbe  dannato. 

L'  avvocato,  epigrammatico  fin  nel  sepolcro,  risponde  : 

Ces  clers  tropi  saiges  sunt  qui  ce  belz  sermons  crknt 
Mais  -pour  deux  qui  les  font  qualre  ks  oblient 
Je  ai  fai  ceu  qui  font  et  mini  pais  ceu  qui  dient. 

Sono  troppo  savii  questi  chierici  che  declamano  questi  bei  sermoni  ;  ma  per  due 
che  li  fanno,  quattro  li  dimenticano.  Ho  fatto  ciò  che  fanno  e  non  ciò  che  dicono. 

Duolsi  1'  anima  allora  amaramente  d'  essere  stata  creata  ad  im- 
magine di  Dio,  rigenerata  col  battesimo,  e  d'essersi  nondimeno 
perduta;  gareggiano  l'anima  e  il  corpo  ad  imputarsi  1' un  l'altro 
la  causa  principale  della  comune  dannazione.  Non  mi  lasciavi  far 
il  bene,  dice  l'anima.  —  Anzi  hi  mi  abbandonasti  il  freno,  dice  il 
corpo,  e  tu  facesti  il  peccalo. 

Li  corps  rians  de  pari  soi  ne  puet  sans  tarme  ouvrer 
Se  l'arme  n'est  en  soi  se  puet  ils  remuer? 

Il  corpo  da  se  nulla  può  operar  senza  l'anima.  Se  1'  anima  non  è  con  Ini 
può  egli  muoversi? 

Replica  l'anima  che  quando  lo  voleva  domare,  le  illecebre  del  mondo 
lo  tiravano  a  sé  in  modo  che  non  si  poteva  reggere.  Concede  il  corpo 
che  i  falsi  diletti  lo  hanno  accecato  per  modo,  che  i  consigli  dell'anima 
non  erano  uditi;  e  poi  mai  non  si  sarebbe  pensato  di  morire  cosi  presto. 

L'anima.  Felice  condizione  de' bruti,  cadono  col  corpo  i  loro  spiriti,  né 
dopo  morte  li  aspetta  alcun  tormento.  Così  pur  fosse  il  fine  dei  peccatori! 

Il  corpo  concorre  in  questo  voto,  e  domanda  se  nell'  inferno  non 
rimanga  alcuna  speranza  di  perdono;  se    per  doni,  oro,  argento, 


-  55  — 
preghiere,  intercessione  di  re,  duchi,  principi,  conti  e  uomini  d'armi, 
ricchi  e  poveri  non  si  possa  ottener  mercede. 

Questa  domanda  alquanto  scempia,  che  prova  come  il  corpo 
si  fosse  dimenticato  del  catechismo,  riceve  la  risposta  che  si  può  im- 
maginare, e  conchiude  l'anima  con  questi  due  versi  che  san  di  pagano. 

Si  lacrymos  vel  opes  animus  revocare  valerent 
Cerberus  et  Pluto  soli  sua  regna  tenerent. 

Se  il  pianto  o  l'oro  avesser  virtù  di  richiamare  le  anime,  il  reame  di  Pluto 
sarebbe  vuoto. 

Il  corpo  sconfortato  dà  commiato  all'anima. 

Arme  vai  lout  bienlosl  droil  en  ton  repaire 
Laise  rome  les  vers  mon  corps  en  cest  suaire 

Anima ,  vattene  subito,  e  per  via  dritta  alla  tua  tana,  e  lascia  che  i  vermi 
rodano  il  mio  corpo  in  questo  lenzuolo. 

Racconta  il  poeta  che  allora  due  demonii  più  neri  che  pece,  brutti 
sì  che  niun  pittore  potrebbe  raffigurarli,  con  occhi  di  rame  affocato, 
gittando  fuoco  di  zolfo  puzzolente  dalla  bocca,  spandendo  veleno  dalle 
corna,  ed  avendo  unghie  simili  ai  denti  del  cignale,  si  gittarono 
addosso  all'anima,  la  tuffarono  in  un  gran  vaso  pieno  di  carboni  ac- 
cesi ,  per  ogni  guisa  la  straziarono  senza  carità ,  e  la  trascinarono 
con  tormenti  e  con  beffe  all'  inferno. 

Allora  io  mi  svegliai,  dice  il  poeta,  col  cuore  compreso  dal  dolore, 
e  pregai  Dio  per  sua  grande  misericordia  che  mi  guardasse  da  tal 
giudizio  e  da  tal  luogo;  allora  ho  condannato  il  mondo  e  le  sue  fri- 
volezze, nulla  mi  parvero  i  tesori,  rinunziai  alle  cose  passaggiere  e  mi 
raccomandai  tutto  alle  mani  di  Cristo.  Amen. 


LA    PRIMA    COLPA 


f0cffl  oòcv(ttdiiuacj1t  òtcptpVeljtm 


niyuncrmttnluajr  mtch  dami; 


CODICE 

INEDITO 

DELLA  DANZA  DEI  MORTI 

DI 

BASILEA   CITTÀ 


Q, 


'uesto  codice  (l)  che  ho  la  fortuna  di  possedere  da  molti  anni, 
e  che  ora  credo  di  farlo  palese  ai  cultori  dei  Drammi  della  Morte, 
contiene  quaranta  miniature  dipinte  a  tempera  ed  a  colla  (molte 
delle  quali  hanno  gli  accessorj  lumeggiati  in  oro),  rappresentanti 
la  Danza  della  Morte  di  Basilea  Citta,  coi  rispettivi  versi,  iti  ca- 
ratteri antichi  tedeschi,  a  ciascun  soggetto;  preziosissima  reliquia 
che  faceva  parte  della  celebre  raccolta  Storck  e  Majno  di  Milano  (2). 

(1)  Alto  centimetri  24  e  largo  17. 

(2)  E  qui  con  sommo  dolore,  a  giustizia  del  vero  e  per  amor  di  patria,  voglio 
ricordare  come  questa  collezione  era  dovuta  al  genio  investigatore  del  milanese 
Carlo  Del  Majno  Ivagnes  dallo  Zani  detto  il  Carlino,  il  quale  consumò  la  sua 
vita  nel  ricercare  per  tutta  la  Penisola  ed  oltralpi  gì'  immortali  monumenti  del- 
l'arte, specialmente  attinenti  alla  calcografia  ed  alla  bibliografia.  Questa  colle- 
zione, unica  fra  gli  illustri  privati  e  di  cui  la  umana  famiglia  invano  potrà  ve- 
dere la  seconda,  venduta  e  rivenduta  a  spizzico  dai  creditori  a'forastieri,  (avendo 
egli  sofferta  immensa  perdita   nel   1814,  a  causa   della   cessazione  del  blocco 


-  38  — 

Per  accertarmi  se  questo  volume  significasse  alcun  che  di  sin- 
golare, presi  a  consultare  le  diverse  edizioni  sulla  Danza  delia  Morte, 
di  Matteo  Merian,  non  che  quelle  pubblicate  da' suoi  successori; 
cosi  pure  passai  in  revista  le  tant' altre  divulgate  fino  ai  giorni  no- 
stri, sotto  il  nome  di  Danza  della  Morte  di  Basilea  Città,  creduta 
erroneamente  da  taluni  opera  di  Giovanni  Holbein  il  giovane ,  del 
quale  alcune  edizioni  ne  portano  il  nome  (1).  E  per  viemeglio 
approfondire  le  divergenti  opinioni  suscitate  intorno  a  questa 
Danza,  non  omisi  di  consultare  nelle  principali  collezioni,  tanto 
pubbliche  come  private,  i  disegni,  che  ritengonsi  veri  ed  ori- 
ginali lavori  deli'  Holbein,  non  che  i  disegni  conservati  nel  Ga- 
binetto e  Museo  di  Basilea;  i  quali  appalesano  chiarissimamente 
il  carattere  e  lo  stile  dàll'Holbein  con  magistrale  perizia  eseguiti  nelle 
diverse  sue  età,  secondo  che  meglio  gli  conveniva,  in  guisa  che 
alcuni  si  attribuirebbero  ai  più  grandi  maestri  italiani. 

Venni  così  in  grado  di  fornire  alla  storia  dell'  arte  questi  non 
lievi    argomenti  : 

I.  Che  la  Danza  della  Morte  di  Basilea  Città,  esisteva    di   certo 


continentale),  diede  in  gran  parie  origine,  nel  secolo  presente,  ad  alcuni  de'  più 
grandiosi  gabinetti  Europei  che  formano  l'ammirazione  dei  colti  viaggiatori.  — 
Né  debbo  lasciar  in  silenzio,  che  Carlo  del  Majno  (privilegiato  dalla  natura 
di  uno  straordinario  talento  artistico ,  irradiante  su  di  me  una  luce  sempre 
consolatrice  ) ,  del  lutto  assorto  nelle  meravigliose  bellezze  dell'  arte ,  moriva 
nel  1829  nell'ultima  miseria  a  Napoli,  dimenticato  un  giorno  intero  sulla  pub- 
blica strada.  Quell'onesto,  cui  le  vicissitudini  del  mondo  non  consentivano  un 
obolo  pel  seppellimento,  fu  ad  alcuni  inglesi  origine  di  grande  fortuna  col  ri- 
vendere gli  oggetti  provenienti  dalla  sua  collezione.  —  Possano  queste  parole 
giungere  gradile  all'  immortale  spirito  del  nostro  Majno,  come  attestazione  del 
culto  mio  a  tanto  onorata  memoria  ! 

(4)  Una  delle  principali  è  quella  pubblicata  da  Corrado  Mechel  nel  1715:  i  suoi 
fratelli  ne  fecero  dappoi  varie  ristampe.  Nel  1842  un  certo  Lamy  la  riprodusse 
con  le  stesse  tavole  ma  assai  logorate  :  Giorgio  Scharffarberg  ne  fu  l' incisore 
e  viveva  nel  secolo  XVI.  Ma  non  è  che  una  miscea  ricavata  dalle  composizioni 
delle  Danze  di  Berna,  di  Basilea  e  di  quella  d'  Holbein. 


—  39  — 
un  secolo  prima  che  nascesse  YHòlbein  0);  deperita  poscia  o  rin- 
novata con  una  infinità  di  cambiamenti  e  di  stili   diversi,   da  non 
poterne  ravvisare  la  sua  primitiva  originalità  (2). 

II.  Che  YHòlbein,  genio  pieno  d'imaginazione,  aveva  eseguito 
una  Danza  della  Morie,  la  quale,  artisticamente  da  altri  incisa  in 
legno  e  pubblicata  per  la  prima  volta  nel  1530,  gli  procacciò  la 
generale  ammirazione  (5). 

III.  Che  YHòlbein  nel  1529  e  nel  1538  si  trovava  a  Basilea (4);  ed 
è  sicuro  venisse  eccitato  a  fornire  un  progetto  per  riparare  quel- 
l'opera universalmente  creduta  dipinta  ad  olio  (3),  giacche  andava 
sfasciandosi  coli' umidità  e  colle  intemperie. 

A  corollario  dell'esposto  soggiungerò  come  le  miniature  del  sum- 
mentovato  mio  Codice,  atteso  le  molte  varianti  che  vi  si  riscon- 
trano, vennero  dall' Holbein  condotte  a  tempera,  onde  avessero  a 
servir  di  modello  per  la  ripristinazione  appunto  di  quella  grandiosa 
e  singolare  opera  che  per  intiero  distrutta  nel  1805,  sarebbe  oggidì 
dai  Basilesi  desideralissima  come  il  maggior  monumento  di  storia 
nazionale. 

È  da  ritenersi  che  Y Holbein  eseguendo  queste  quaranta  miniature, 
non  omettesse  di  aggiungervi  tutti  quegli  accessorj  che  in  conso- 
nanza ai  luoghi,  ai  costumi  del  suo  paese  ed  alle  vicende  della 
sua  età,  viemeglio  improntassero  lo  spirito  delle  umane  vicissitudini 


(1)  Mallhmm,  Merton  —  Todten  Tanz.  Franckfurt,  1G49  in  4.*,  prima  edi- 
zione completa. 

(2)  //.  F.  Massmann  --  Atlus  zu  dem  Weixhe:  Die  Baseler  Todlèntanze. 
Leipzig,  1847,  in  4.° 

(3)  Gli  intagli  di  questa  prima  edizione  vennero  più  volte  replicati  in  legno, 
in  rame,  in  piombo,  ed  anche  ai  giorni  nostri  in  vario  modo  illustrali  a  Londra, 
a  Monaco  ed  a  Lipsia. 

(4)  E.  IL  Langlois  —  Essai  sur  Ics  Danses  des  Mo'rts.  Ouvrage  publié  par 
André  Poltier.  Voi.  2.  Rouen  18a2,  in  8.° 

(5)  Mutthtium  Merton  ■ —  Vedi  l'opera  sopracitata, 


—  40  — 
sul  volto  di  ciascun  individuo.  Conservando  YHolbein  tutto  il  con- 
cetto delle  composizioni  che  di  già  esistevano,  con  somma  facilità 
migliorò  il  disegno  in  ogni  minima  parte  :  nelle  pose  delle  figure  vi 
espresse  il  beffardo  e  l'ironia,  specialmente  in  quelle  degli  scheletri: 
segnò  i  contorni  di  un  sorprendente  vibrato  rilievo:  nel  colorito 
riuscì  armonico  e  forte  usando  il  violaceo,  il  verdognolo  ed  il  ros- 
siccio in  modo  che  per  questi  tre  colori  vieppiù  ne  spiccano  i  rap- 
presentali, anche  per  essere  nella  maggior  parte  gli  sfondi  di  un 
ben  inteso  azzurro. 

Matteo  Merian,  artista  laborioso,  disegnò  ed  incise  tutte  quelle 
composizioni  in  altrettanti  fogli  separati  ;  e  dopo  molti  anni ,  cioè 
nel  1649,  le  pubblicò  a  Francoforte  in  un  volume  (introvabile  ai 
giorni  nostri),  in  4.°  piccolo,  dedicandolo  al  di  lui  germano  Onofrio 
Merian.  In  ogni  foglio  il  rappresentato  è  chiuso  intorno  da  un 
minuto  ornato  (')• 

Se  non  che  la  suaccennata  edizione  è  mancante  di  uno  de'mi- 
gliori  soggetti  il  quale  fregia  il  mio  Codice  nella  Tavola  111. 
Esso  rappresenta  un  fanciullo  ignudo,  stretti  i  piedi  da  piccole 
scarpe,  il  quale  dimentico  del  suo  balocco  gettato  in  terra,  strilla 
e  tenta  schermirsi  dalle  mani  di  due  scheletri  animati,  sforzandolo 
essi  al  ballo  che  non  ha  riposo.  Sopra  un  ramo  di  un  albero  spo- 
glio di  fronde,  vedesi  un  corvo  che  guarda  quella  scena,  anzi  vi 
prende  parte,  deridendo  col  gracchiare  alla  paura  del  fanciullo.  Sot- 
tile pensiero,  tutto  proprio  e  caratteristico  della  scuola  alemanna 
di  quel  secolo  in  cui  sembrava  che  la  satira  servisse  di  nodo, 
d'esca,  d'interpretazione  all'arte  stessa! 


(I)  Un  esemplare  trovasi  nella  singolare  «  Raccolta  delle  danze  della  Morte» 
che  appartiene  allo  scrivente. 


—  41    — 
Sopra  e  sotto  il  soggetto  della  tavola  si  legge  in  tedesco: 

Vieni  qua  ragazzo:  devi  imparare  a  ballale! 
Sia  che  pianga  o  rida,  non  vale  opporsi. 
Se  avessi  anche  il  diavolo  in  bocca, 
ÌVon  li  gioverebbe  in  questo  momento. 

Povero  me  !  cara  madre, 

Un  uomo  seco  mi  trascina. 

Oh  madre  mia  !  vuoi  tu  ajutarmi  ? 

Devo  ballare  e  non  so  ancora  camminare  ! 

La  verità  del  rappresentato,  non  poteva  inspirare  al  poeta  mag- 
giore commiserazione.  Vedi  la  Tavola  IX. 

Questo  soggetto  pur  manca  in  tutte  le  edizioni  dei  Merian,  ed 
anche  nel  libro  del  dotto  professore  H.  F.  Massmann  summenzio- 
nato, che  riprodusse  la  Danza  di  Basilea  Città  come  esisteva  nelle 
due  differenti  epoche. 

A  vieppiù  convalidare  la  slessa  mia  opinione  sulla  autenticità  e 
preziosità  di  quel  Codice  inedito,  qui  offro  nella  Tavola  X  il  fac 
simile  di  uno  dei  quattro  soggetti  di  fanciulli,  che  compose  Hol- 
bein  ('))  e  che  tutta  l'impronta  tengono  del  carattere  del  fanciullo 
fra  i  due  scheletri  come  sopra  descritto.  È  amore  ignudo,  che  cinto 
il  fianco  di  una  lunga  fascia,  imbraccia  un  ampio  scudo,  mentre 
colla  sinistra  stringe  un  dardo.  Egli  rivolge  un  poco  il  capo  a 
guardare ,   veloce   nel  suo   passo   perchè  sicuro  della  sua  vittoria. 

Tutte  le  figure  delle  quaranta  tavole  del  Codice  sono  rappresentate 
in  aperta  campagna  sparsa  di  capanne ,  di  castelli ,  di  chiese  a 
gotica  e  sassone  architettura  (anzi  nella  Tavola  XXVI  «  Il  Cuoco 
e  lo  scheletro  »  vedesi  la  città  di  Basilea  con  la  sua  Cattedrale) 
di  laghi  con  navi,  di  fiumi,  di  torrenti,  di  orridi  burroni,  di  piani  sco- 

(I)  Questi  quattro  soggetti;  l'Amore,  i  Fanciulli,  il  Vino  e  la  Gloria  che  si  trovano 
stampali  nelle  edizioni  di  Lione,  Colonia,  Londra,  furono  nel  1858  riprodotti  a 
Parigi  dall'editore  L,  Curmcr,  nella  elegante  opera:  Imitation  de  Jéms-Christ. 


—  42  - 
scesi,  di  giganteschi  monti  coperti  di  neve;  accessori  dai  Merian  e 
da  Massmann  non  mentovate. 

Rimarchevole  è  poi  la  Tavola  XL  ed  ultima  nella  quale  tro- 
vasi un  Turco  ed  una  Turca  abbigliali  alla  foggia  orientale.  Il 
Turco  tiene  nelle  mani  un  arco  in  atto  di  porvi  la  freccia  nel 
mentre  lo  scheletro  gli  presenta  la  clessidra ,  che  indica  l' ora  fa- 
tale !  Dietro  loro  appare  di  fronte  il  giovine  Holbein  in  abito  nero. 

Se  la  fortuna  vorrà  concedermi  ancora  qualche  anno  di  vita, 
darò  mano  alla  pubblicazione  ed  illustrazione  delle  quaranta  minia- 
ture, andando  così  lieto  di  riparare  in  parte  a  quanto  i  tempi  o 
le  casualità  non  permisero  venisse  eseguito  da  quello  stesso  Holbein, 
che  sommo  nei  ritratti,  trattò  con  eguale  perizia  la  matita  ed  il 
pennello  nelle  ardue  rappresentazioni  delle  Danze  de' Morti! 


FINE. 


INDICE  DELLE  MATERIE 


Uedica 

Al  lettore        ....... 

Nozioni  preliminari 

Trionfo  e  Danza  della  Morte  dipinta  a  elusone 

Osservazioni 

Dogma  della  Morte  dipinta  a  Pisogne 

Etimologia  del  nome  Macabra     . 

Illustrazione  di  un  disegno  d'Alberto  Durerò 

Danza  Macabra  a  Napoli     .... 

Dialogo  del  Secolo  XIV  tra  l'anima  e  il  corpo  d'un  morto 

Codice  inedito  della  Danza  dei  Morti  di  Basilea  Città. 

INDICE  DELLE  TAVOLE. 

Fac-simile  d'iscrizione  sotto  l'affresco  della  Crocifissione  nel- 
l'interno della  Chiesa  dei  Disciplini.  —  Contorno  della  pa- 
rete ove  è  l'affresco:  Trionfo  e  Danza  della  Morte. 

I Trionfo  e  Danza  della  Morte  a  elusone 

II.  III.  IV.  Tre  teste  grandi  al  vero  del  Trionfo  della  Morte  . 

V.  VI.   .  .  Dogma  della  Morte  a  Pisogne    .... 

VII Scheletri  Cumani 

Vili.   .  .  .  Un  primo  quadro  di  Danza  della  Morte  di  A.  Durerò 

IX Tavola  III.  del  Codice  inedito  di  Holbein  . 

X Amore  armato 


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Pag.  8 

»  9 

»  43 

»  4  7 

»  23 

»  26 

»  37 

»  41 


USO! 


OPERE  DEL  MEDESIMO  AUTORE 
DISPOSTE    PER     LA    PUBBLICAZIONE. 


Trcntacinque  lezioni  per  conoscere  le  Opere  dell'  intaglio  in  rame  e  in 
legno,  delle  comunemente  slampe  incise;  loro  modi,  varietà,  bellezze,  rarità 
e  valori  attribuiti  in  commercio. 

Viminale  Calcografico  d'ogni  eia  e  nazione  dei   più   celebri   intagliatori   in 

rame  e  in  legno;  colla  indicazione  degli  autori,  delle  opere  loro  più  singolari 
ed  introvabili,  non  che  delle  etichette  e  del  valore  ottenuto  nelle  principali 
vendite  d'Europa.  Con  tavole. 

Documenti  pei*  una  Storia  Pittorica  della  Scuola  Lombarda  sino  al 
secolo  XVIII,  proposta  al  Congresso  degli  Scienziati  in  Milano  l'anno  1844. 
Con  rami.  —  Vedi  Milano  e  il  suo  contorno,  volume  secondo, 
pag.  259,  edizione  Pirola,  1844. 

Descrizione  di  un  secchiello  di  Tetro,  opera  di  Etrusco  artista.  Con 
due  tavole. 

Illustrazione  dei  disegni  di    Raffaello,  Michelangelo ,  Giulio  Romano  ed 

altri  celebri  capi  scuola,  formanti  parte  della  grande  raccolta  che  apparteneva 

all'Autore.  —  I  disegni  ed  i  cartoni  di  Leonardo  da  Vinci  vennero  descritti  nel 

catalogo  pubblicato  nel  1855.  Un  voi.  in-8  di  pag.  67,  adorno  di  due  intagli 

in  rame.  I  disegni  oggigiorno  sono  passati  a  Parigi  all'Imperiale  Museo  del 
Louvre. 

Itinerario  d' Italia.  Edizione  XXV.ma  con  nuove  correzioni  ed  aggiunte,  anche 
relative  alle  strade  ferrate,  battelli  a  vapore  ecc.  ecc.;  e  con  le  maggiori  notizie 
che  possono  interessare  il  dotto  antiquario.  Adorna  di  carte  geografiche  e 
delle  piante  delle  città  principali.  Due  volumi  in-8.